Ti ri-innamorerai a Marzo

8 giorni: dal Lunedì 9 al Lunedì 16 Marzo. 

Ho lasciato, con un sapore di inizio. Ho iniziato, con un sapore di conclusione. Ho riconosciuto. Sono stata riconosciuta. Rifiutata. Rassicurata, profondamente. Amata. 

Queste sono le mie riflessioni sulla mia identità e su quelle di chi mi circonda, al termine di una settimana costellata di avvenimenti che ricordano un calendario dell’avvento: ogni giorno ha portato con se un significato aldilà dello scorrere del tempo; ogni giorno è stato un tassello, un mattone per costruire il giorno successivo, un senso del tempo che avevo trascurato o che mi era stato chiesto di dimenticare. 

Il punto fermo principale che emerge oggi, la stella cometa, è che esiste un punto di partenza dentro di me. Deve esistere. Non sono solo io ma anche gli altri ad averne bisogno. Sono un’artista, e la mia responsabilità è quella di saper comunicare, ma anche di avere qualcosa da comunicare. 

Ho aderito ad un metodo di educazione musicale che parte dall’identità, e non solo dalla competenza. Questo metodo ora per molte persone che mi circondano è una nebulosa in cui sono perduti. Per me, il suo messaggio oggi non potrebbe essere più chiaro. Sembrerebbe per chi è responsabile della sua diffusione più importante l’incontrare delle competenze fortuite e volatili, e non il massiccio e fluido strato di un’identità, che porta con sé le sue complessità ma anche le sue immense sensibilità e flessibilità. Comprendo che per queste persone gestire quel tipo di competenze é più “facile”. Una forma di pigrizia. Un mettere all’angolo ciò che invece ha il potenziale di invadere con la sua abbondanza, a volte sovrabbondanza, non mancanza bensì immaturità di canali. Ma quei canali possono maturare. L’abbondanza invece, c’è un tempo in cui accumularla. Non è gratuita, non è un albero sempre in fiore da cui si può cogliere in qualsiasi stato fisico e mentale. E dall’essere invasi si può davvero essere curati. Mettere all’angolo può prendere molte forme. Un rifiuto, ma anche una superficiale celebrazione, che porta in sé il germe del rifiuto. 

Lo strato della nostra identità. Una questione di “kin”, una parola inglese meravigliosa e di difficile traduzione. L’identità, una delle cose più preziose al mondo, una delle più scabrose, come tutto ciò che prezioso è, purtroppo è stata manipolata per i fini più sbagliati fino a farcene avere paura. Nella cultura in cui da cinque anni sono immersa e nella quale ho imparato non solo a districarmi, ma a muovermi, l’identità viene spesso confusa con dei volatili salti in qua e in là, da cui si è divertiti più che profondamente impressionati. Dei salti che facilmente vengono dimenticati. Ma l’identità non è un salto. É vero, può volerci un salto per raggiungerla. Ma essa è un punto. Di partenza, di osservazione. É in effetti la nostra unica speranza di obiettività: l’obiettività come accoglienza e non come condanna. Ma per dare una risposta soddisfacente a questa speranza, dobbiamo far sì che la nostra identità sia nutrita in modo altrettanto soddisfacente. Questo avviene senz’altro muovendoci al di dentro e al di fuori di noi, ma la confusione sembra provenire da come questo dovrebbe verificarsi. Fin dall’infanzia l’obiettivo di chi ci circonda dovrebbe essere quello di supportarci nel costruire la nostra identità, perché sia chiara anche qualora veniamo forzati o “sfidati” ad essere qualcosa di diverso. Perché questo contribuisca ad accrescerla, mai a sminuirla. La sua chiarezza, a quel punto immediata, risulterà qualcosa di violento o pericoloso solo per chi non era pronto ad accoglierla dal principio. 

In questa cultura, a quanto ho potuto osservare, questo processo, nell’ambito artistico in cui mi sono mossa, viene spesso temuto e rifiutato o tuttalpiù trascurato e ritardato. Questo processo di nutrimento non solo attraverso l’esperienza, ma anche attraverso una consapevolezza che talvolta prescinde dall’esperienza, o la precede, e quando essa viene vissuta la spinge oltre il suo limite pratico. La accresce. 

Mi sento davvero libera e sollevata dalle mie esistenti e ovvie difficoltò, diverse per ognuno di noi, quando sono circondata di persone che hanno questa consapevolezza chiara e che hanno il desiderio di condividerla. Se la conoscenza e la competenza provengono dall’informazione, io dico “É l’immaginazione la nostra migliore fonte di informazione”. L’immaginazione, ovvero la più libera e preziosa espressione della nostra identità. L’immaginazione, ovvero l’empatia che si esprime aldilà dell’esperienza del dolore, il nostro, quello degli altri. Mi sento imprigionata, costretta, tirata indietro, o in basso, appunto, messa in un angolo, quando questa consapevolezza viene ignorata — non necessariamente quando viene temuta, perché vi è nel timore un elemento dinamico; ma quando viene frustrata nel nome di quell’attrazione verso ciò che è volatile, di più facile acquisizione e controllo, verso “le regole del gioco”. Ma se solo potesse esserci chiarezza definitiva sul fatto che essere consapevoli della propria identità nel desiderio di continuare a nutrirla e confrontarla significa essere consapevoli anche di quello che ci manca e che desideriamo acquisire per sentirci in pace…

La pace che saremo poi in grado di comunicare agli altri. Una pace che è tutt’altro che stasi. Il punto di partenza, la nostra identità, è anche un punto di appoggio, che ci permette di seguire a muoverci. “Segui il filo rosso, anche quando non lo vedi”. Questa è la pace che permetterà a qualcuno di rivolgersi a noi non per rassicurarci di ciò di cui siamo già sicuri o a cui ci aggrappiamo, ma per esprimere sé stesso. Un allievo, un familiare, un amico, un amante. Questa è la pace che ci permetterà di avere, sempre, fiducia. 

Al termine del mio viaggio questa settimana, ho capito di aver trascurato alcuni di questi aspetti, o di averli piegati per proteggerli dalla frustrazione che avevano ricevuto quando il punto di partenza delle persone davanti a me é stato un’indisponibilità di fondo, un già previsto difficile accomodamento della mia identità e dei suoi slanci, dei miei bisogni; la cura è stata avere di fronte a me una persona che nella sua stessa complessità ha accolto i miei bisogni come un regalo. Come un fortunato, espressivo slancio della mia identità. Un’identità che questa persona ricorda perché la ha riconosciuta; la cura è stata essere messa di fronte alla disponibilità dopo aver creduto di trovare il contrario, quando troppe volte era successo l’opposto. 

Di fronte a crescenti casi di bisogni che stimolano l’indisponibilità, la nostra unica possibilità in questo mondo è rispondere al bisogno positivamente, dal nostro prezioso punto di partenza. Curarlo e nutrirlo, perché sia pronto ad accogliere. Non confondersi mai credendo che possa rappresentare un ostacolo alla flessibilità. 

Non confondersi mai credendo di poter prescindere dalla condivisione di noi stessi, dal nutrire la nostra anima con un’altra anima, il nostro corpo con un altro corpo. Non siamo solo noi ad averne bisogno per noi stessi — se vogliamo sinceramente rivolgerci agli altri e far sì che gli altri si rivolgano a noi, dobbiamo questa cura dei nostri bisogni a tutte le parti coinvolte. 

Non rispondere a domande che riguardano lo stato delle cose con risposte che riguardano le azioni. 

Non confondere mai l’essere occupati dal fare con l’occuparsi dell’essere.

Previous
Previous

My teaching at New Virtuosi

Next
Next

The purpose of my teaching